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Rimetti la spada nel fodero?

Erano davvero molti, diverse centinaia, i reggiani che lunedì scorso si sono lasciati interrogare dalla domanda che la Piccola Scuola di Pace, ha rivolto all’opinione pubblica oltre che agli ospiti invitati.

‘Rimetti la spada nel fodero’?

Un interrogativo che ci impone di fermarci a pensare se è possibile un’alternativa alla guerra, se come cristiani possiamo impegnarci per costruire la pace, in che modo possiamo applicare questo gesto di Gesù alla nostra quotidianità.

A Scandiano, in una sala Casini gremita, due ospiti di grande spessore come il Presidente Romano Prodi e Don Giovanni Nicolini, hanno portato stimoli interessanti partendo dal tema della serata e dalla loro esperienza.

Il decennale dalla nascita della Piccola Scuola di Pace è stato occasione per fare un bilancio dell’attività. Matteo Gandini, uno dei fondatori, ha introdotto la serata riassumendo così il lavoro di questi anni: «Abbiamo seguito un invito: tra il dire e il fare c’è di mezzo il pensare. Siamo partiti da qui per costruire una coscienza critica. L’epoca in cui viviamo è certamente affascinante ma i nostri pensieri sono offuscati dalle ‘armi di distrazione di massa’. Per creare in noi una coscienza in grado di leggere la realtà in modo critico, è indispensabile conoscere, elaborare e agire per realizzare un mondo coerente con i valori in cui crediamo».

Ma che cosa dobbiamo sapere in più di quello che già non sappiamo? È sufficiente l’informazione dei telegiornali?

Ascoltando l’intervento di Romano Prodi, si comprende quale complessità governi questo mondo. Una tale complessità non si potrà certo riassumere in pochi minuti di servizio televisivo. Una tale complessa realtà ha bisogno di essere letta con attenzione perché possiamo intravedere che dietro ad ogni azione esistono meccanismi economici e politici che le governano.

Ciò che emerge prima di tutto dalle parole del relatore è l’assoluta imprevedibilità di qualunque scenario politico mondiale. Come non era stata prevista una tanto rapida escalation di eventi in Nord Africa, così è impossibile prevedere ciò che sarà del futuro del mondo nei prossimi anni.

Ci sono grandi difficoltà nel trovare accordi politici ed economici perché tutto è molto fluido e in uno scenario del genere i conflitti sono una conseguenza prevedibile. La prospettiva dovrebbe essere di un autorità mondiale ma oggi non è così, l’Onu è molto debole e l’Unione Europea ha vertici zoppi e un’incapacità di fondo a portare avanti una linea comune. L’Europa è come un «coro dove non c’è un direttore d’orchestra».

La realtà che delinea Prodi è che le decisioni avvengono fuori dalla politica. A fronte di uno scenario politico molto confuso, l’economia e l’industria hanno da tempo preso in mano le redini della situazione decidendo per il loro interesse. L’economia quindi non è governata da nessuno e gli effetti sul nostro tenore di vita sono pesantissimi.

Il Presidente riporta poi un aneddoto personale. «Insegnando in una università cinese, di anno in anno ho potuto constatare come si manifestasse in loro la consapevolezza di essere sul punto di diventare i primi del mondo. I cinesi dicono che noi non pensiamo al futuro perché abbiamo sempre un’elezione da fare». La conclusione del racconto raccomanda di desiderare sì democrazie più giuste, ma anche in grado di decidere delle sorti del paese che governano.

L’instabilità generale porta dunque a conflitti, a sacche endemiche di guerriglia che difficilmente poi si esauriscono, come nel caso della Somalia. «Attualmente nello scenario geopolitico mondiale ci sono delle bombe ad orologeria innescate. Da qui ad alcuni anni la battaglia del cibo sarà terribile. Interi stati comprano terreni enormi in altri stati per assicurarsi il cibo. Anche l’acqua sarà sempre più motivo di scontro. Pensiamo ad esempio alla potenzialità del Nilo che oggi viene sfruttato solo da Egitto e Sudan, ma che potrebbe fungere da bacino per molti altri paesi dell’Africa. Ma interventi di questo tipo hanno bisogno di mediazioni e di autorità mondiali mentre oggi il ruolo dell’arbitro è troppo debole».

Al termine della relazione del Presidente Romano Prodi che ha delineato uno scenario davvero poco rassicurante e privo di soluzioni immediate, è stata la volta di Don Giovanni Nicolini che ha riportato la platea dal macro al micro. Da una visione mondiale ad una visione domestica, ponendo l’accento sulla difficoltà quotidiana di ogni uomo a compiere gesti di pace.

«Riflettere su queste cose è doloroso e ancora di più per chi è cristiano. La pace è centrale nella tradizione ebraico-cristiana, ma è  anche la cosa più disattesa».

Don Nicolini si è poi soffermato su un particolare del passo evangelico da cui si è preso spunto per il titolo del convegno. ‘Rimetti la spada nel fodero’, significa comunque che la spada rimane nel fodero, la spada è presente, perciò la pace non è una situazione di fatto ma è un azione, è una scelta dell’uomo.

«Se una persona non agisce per la pace continuamente, incessantemente allora c’è la guerra. Se uno spinge un masso in su e poi lo lascia per un attimo il masso va giù».

Che fare dunque?

Bisogna fare il Vangelo. «Le nostre Messe non dicono più niente alle singole storie delle persone, ai problemi della società, dobbiamo fare anche delle Messe a casa nostra, imparare ad essere laici e non laicisti, trasformare la parola del Vangelo nella storia di tutti i giorni».

Per trovare la soluzione ai problemi portati dal Presidente Romano Prodi, Nicolini crede sia necessario risolverli partendo da Scandiano. Fondamentale è dunque la trasmissione del sapere, di una «cultura all’altezza delle nostre sfide».

Partire prima di tutto da una cultura del dono, della gratuità. Ragionare di poveri e ricchi sarebbe superficiale. La definizione profonda è che tutti siamo poveri ma tutti possiamo donare ricchezza.

«La povertà è un dono. La chiesa non è la chiesa dei ricchi, ma non è nemmeno la chiesa dei poveri, ma è la chiesa di poveri. Se uno non è povero allora non ha la fede ».

Secondo Don Giovanni la povertà deve però essere visitata, conosciuta, una povertà che non è visitata è miseria e disperazione.

Come superare dunque questo periodo così oscuro. Don Nicolini suggerisce di ripartire dalle nostre case, dalle scuole, dalla nostra grande tradizione che dice che se hai ricevuto qualcosa devi condividerla.

Si deve ripartire dal lavoro, dall’articolo 4 della Costituzione che Nicolini proclama davanti alla platea: La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un'attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società’.

Il lavoro che è fatica, è impegno, è un elemento che ancora una volta riprende il concetto di agire la pace con la spada nel fodero per il ‘progresso materiale e spirituale della società’.
La serata è poi proseguita con un breve dibattito e si è infine conclusa con il saluto di Cristina Zanichelli, tra i fondatori della Piccola scuola di Pace  che ha citato la frase di un partigiano della Quinta zona: «stasera vado a letto tranquillo perché ho visto dei giovani che lavorano per la pace».

 

Ilenia Curti