San Polo d'Enza

“GIORNATA MONDIALE DEI POVERI”

 

Introduzione alla S. Messa

«Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua, ma con i fatti e nella verità» (1 Gv 3,18). Queste parole dell’apostolo Giovanni esprimono un imperativo da cui nessun cristiano può prescindere e accentuano l’incoerenza tra le parole vuote che spesso sono sulla nostra bocca e i fatti concreti con i quali siamo invece chiamati a misurarci. L’amore non ammette alibi: chi intende amare come Gesù ha amato, deve fare proprio il suo esempio; soprattutto quando si è chiamati ad amare i poveri.

Al termine del Giubileo della Misericordia ho voluto offrire alla Chiesa la Giornata Mondiale dei

Poveri che si celebrerà ogni anno la 33° domenica del Tempo Ordinario, perché in tutto il mondo le comunità cristiane diventino sempre più e meglio segno concreto della carità di Cristo per gli ultimi e i più bisognosi.

Invito la Chiesa intera e gli uomini e le donne di buona volontà a tenere fisso lo sguardo, in questo giorno, su quanti tendono le loro mani gridando aiuto e chiedendo la nostra solidarietà. Sono nostri fratelli e sorelle, creati e amati dall’unico Padre celeste. Questa Giornata intende stimolare in primo luogo i credenti perché reagiscano alla cultura dello scarto e dello spreco, facendo propria la cultura dell’incontro.

Desidero che le comunità cristiane si impegnino a creare tanti momenti di incontro e di amicizia, di solidarietà e di aiuto concreto. Accogliamo i poveri e i bisognosi come ospiti privilegiati alla nostra mensa; potranno essere dei maestri che ci aiutano a vivere la fede in maniera più coerente.

A fondamento delle tante iniziative concrete che si potranno realizzare in questa Giornata ci sia sempre la preghiera.

 

Processione offertoriale

Come segno concreto e tangibile di questa giornata portiamo all’altare il pane e il vino che diventeranno corpo e sangue di Cristo. Dio ci ha fatto il grande dono della vita e Gesù ci ha donato il suo sacrificio per la nostra salvezza.

Uniamo a questo il “pane dell’uomo” simbolo del cibo e alimento per la propria sopravvivenza.

Questa pane sarà benedetto e, alla fine della S.Messa, distribuito ad ognuno di Voi perché lo porti a casa, lo spezzi e lo condivida con tutti i componenti durante il pranzo domenicale nella propria famiglia come segno di unione e di ringraziamento a Dio per i tanti doni che ci offerto.

In cambio ciascuno si impegnerà, nei modi, nelle forme e nei tempi che saprà individuare verso persone conosciute o non conosciute che sono nel bisogno con un dono personalizzato e non generico da preparare in Avvento e fare entro Natale ad un povero, un ammalato, una persona sola o emarginata, una famiglia in difficoltà.

Ricordiamo inoltre che la III Domenica d’Avvento –17 dicembre- è dedicata in modo particolare alla Caritas. Nell’occasione faremo una raccolta alimentare che sarà poi consegnata al Centro di Ascolto di Ciano.

 

L'essenza del dono – (omelia?)

Natale è tempo di regali, ma dovrebbe essere, ed è, il tempo dei doni. I regali e i doni sono atti umani diversi, convivono gli uni accanto agli altri, ma non vanno confusi tra di loro. Nel regalo prevale la dimensione dell’obbligo. I regali si fanno spesso (non sempre) per assolvere a obblighi, normalmente a buoni obblighi, verso famigliari, amici, colleghi, fornitori, clienti.

Se si va a casa di qualcuno, soprattutto nei giorni di festa, e non si porta un regalo, non si adempie a una sorta di obbligo, si infrange una buona convenzione sociale. Per questo le pratiche di regalo conservano qualcosa delle pratiche arcaiche delle 'offerte' e dei 'sacrifici' cultuali.

I regali sono previsti, regolati dalle convenzioni sociali, e in non pochi casi pretesi (in molte regioni i regali per i matrimoni sono regolati da norme molto dettagliate e rigidamente osservate, fino a indebitarsi). Tant’è che ormai molti regalano denaro a figli, nipoti e parenti, poiché regalare denaro diventa una via più semplice, per chi dà e per chi riceve. Niente di male, soprattutto nel caso di matrimoni, quando la giovane coppia ha spesso bisogno anche di denaro, purché non chiamiamo queste pratiche 'doni'.

Il dono è altra cosa, ha altra natura, altro costo, e altro valore. È una faccenda di gratuità, è un bene relazionale, cioè un atto dove il bene principale non è l’oggetto donato ma la relazione tra chi dona e chi riceve. Il dono non è previsto, a volte è atteso, sempre eccedente, non legato al merito, sorprendente. È costoso, e le sue principali 'monete' sono l’attenzione, la cura, soprattutto il tempo. Il dono è esperienza di 'alzarsi in fretta' e di 'mettersi in cammino' verso l’altro.

Fare un regalo è facile, se ne possono fare decine in un paio di frenetici pomeriggi di shopping.

Fare un dono è difficile, per questo se ne fanno e ricevono pochi. Per il dono c’è bisogno di un investimento di tempo, di entrare in profonda sintonia con l’altro, di creatività, fatica, e rischiare anche l’ingratitudine. Quando il dono si esprime anche con un oggetto donato, quel dono incorporerà per sempre quell’atto d’amore, quel bene relazionale da cui è nato e che a sua volta fa rinascere.

Quando vinsi un importante concorso, un mio amico e collega più anziano mi regalò una penna stilografica: vi fece apporre le mie iniziali, scrisse un bellissimo biglietto (nel contenuto e nella forma), e per consegnarmela mi invitò a cena insieme alla sua famiglia. Quella penna non era un regalo: era un segno, 'sacramento' di un rapporto importante, che rivive tutte le volte cha la uso.

Ci sono alcuni segnali che aiutano a distinguere un dono da un regalo.

1. Non c’è dono senza un biglietto personale e accurato che lo accompagni.

2. La forma conta come la sostanza: in un dono vale non solo il 'che cosa', ma anche il 'come', il 'quando', il 'dove' il dono viene donato-ricevuto.

3. La consegna del dono non è mai anonima né frettolosa: è essenziale saper sprecare tempo, e la compresenza di chi dona e di chi riceve.

È una visitazione, guardare, osservarsi. L’apertura del pacco, le espressioni del volto, le parole pronunciate nel dare e nel ricevere, sono atti fondamentali nella liturgia del dono, che non è altruismo né donazione, ma essenzialmente reciprocità di parole, sguardi, emozioni, gesti. Il tatto è il primo senso del dono.

I regali sono manutenzione di rapporti, ma non li sanano, trasformano, ricreano. Il dono invece è strumento fondamentale se non indispensabile per curare, riconciliarsi, per ricominciare. Esiste, infatti, un rapporto molto profondo fra dono e perdono. Il vero perdono non è togliersi un peso dimenticando il male ricevuto. È un donare non un prendere, è ricredere in una relazione ferita, dove si dice all’altro (o almeno a se stessi): «Ti perdono, ricredo ancora al rapporto con te, pronto a perdonarti se dovessi ferirmi ancora». Non c’è perdono senza dono, né dono senza perdono.

Questo per-dono evidentemente ha bisogno della gratuità, dell’amore fatta carità, e se mancano questi perdoni la vita personale e sociale non funziona, non genera, non è felice.

L’Italia oggi deve superare la cultura del condono (che è l’opposto del dono), mentre ha un estremo bisogno di doni e per-doni, a tutti i livelli, soprattutto nella sfera pubblica: basti pensare anche al tragico tema delle carceri e soprattutto dei carcerati.

Il dono è dunque una cosa molto seria, faccenda politica, fonda e rifonda le civiltà e la vita: non saremo sopravvissuti alla nascita se qualcuno non ci avesse donato attenzione, cura, amore. E nessuna istituzione e comunità umana nasce e rinasce senza doni. Approfittiamo del prossimo periodo di Avvento per trasformare qualche regalo in dono da portare a Natale.